Snocciolare curricula mi procura sonnolenza, reputo più divertenti le liste della spesa. Allergica a schemi e formule omologanti, presento il neonato pantablog alla mia maniera, svelando attitudini personali in tono informale:
– scrivo per diletto da tempo, incapace di domare un inchiostro che scorre libero spaziando in ambiti tanto differenti; qui nel web, all’allure della stilografica sostituisco i tasti felpati della tastiera, ergo, racconto di tutto un po’.
– Un decennio d’esperienza maturata nell’universo dell’interior design, mi ha regalato una certa disinvoltura nell’ambito dell’arredo e décor, ergo, luci puntate su ”living and home”.
– Indosso “chipao”, battendo in tempismo noti stilisti che solo da poco osano avvicinarsi alla cultura orientale, ergo, nel mirino “fashion and style”.
– Ho allenato le papille gustative attovagliata a deschi stellati, a tavoli genuini di trattorie ruspanti, non disdegnando la saggezza delle antiche osterie, ergo, indice puntato su ristoranti e locali
Viaggiare emoziona, si assaporano ed esplorano confini. Se la V è maiuscola, e non impacchettata, poesia e avventura si mescolano in un abbraccio arricchente, ergo, conosco un’isola che per i più ancora non c’è!

E non finisce qui, “Se telefonando” è un caleidoscopio, foriero di ricchi spunti, esattamente quanti la fantasia ne suggerirà. Dietro ad ogni squillo la sorpresa… Nessun nome si è rivelato più adatto di quello scelto, tributo non pianificato all’ugola d’oro e alla comune città di provenienza. Vivo a Cremona, quando non siamo altrove, con mio marito Alberto. Con lui, intenso ed unico, vedo il mondo a colori, condividendo passione e passioni.

img-ABOUT-1

 

Category: V

There are 3 posts published under V.

| Moda e non solo | Festival di Cannes

Che si ricorderà dei lunghi festeggiamenti – ben undici giorni, tralasciando il clamore dei preparativi e l’ossimoro di voci di coda dello sbaracco – insiti nella kermesse cinematografica più glamour per eccellenza, giunta allo spegnimento di settantadue candeline?
Ciak si gira, è il Festival di Cannes. Con i riflettori sul red carpet calpestato, come da oramai assidua tradizione, non solo da chi il cinema lo fa, dietro o davanti alla telecamera, ma anche da chi lì comunque non può e non deve non esserci.
E se trovare un accordo unanime sul miglior film in gara è impresa folle, decretare la mise più azzeccata non è affar da meno: nel primo caso, però, la polemica viene presto stemperata, perché un eletto ed altri di contorno, light o sostanzioso, devono pur emergere; nell’ambito “abito giusto”, invece, lo strascico polemico, mica visivo ché quello al massimo c’inciampi e prosegui, non finisce mai, si cheta per poi ripalesarsi e, complice l’etere e il social pettegolo, all’uopo ricompare.
Dunque, se a Bellocchio che con Favino fa rivivere Buscetta, riuscendoci, si preferisce Banderas asso pigliatutto, amen; se Delon, premiato con la Palma d’onore, irrita alcune battagliere femministe che lo accusano di misoginia e pure razzismo, amen; se il duo Pitt – Di Caprio ruba la cara scena a chi, praticamente forse a tutti, la scena la brama ardentemente, amen; infine, se le parole pronunciate qui da Selena Gomez sulla schiavitù di chi privilegia il virtuale al reale, vivendo di pane, selfie e nulla, non bastassero, si rileggano, al proposito, quelle dello psichiatra Andreoli, condivisibilissime, e stavolta non amen.
Il carrozzone del Festival è infatti anche questo, un bel messaggio lanciato laddove l’eco è massima.
Ora, via alle danze dell’involucro, alias dell’outfit.
S’è visto molto e d’ogni gusto, l’amaro naturalmente sempre compreso. Vestito, scarpe, gioielli, capelli e trucco abbinati ad hoc sono cosa rara, quasi quanto la mancanza di obiettività nel valutarsi che, in men che se ne dica, sfocia in sfoggi azzardati se non ridicoli. Sembrerà strano, ma non è che chiunque creda di esserlo sia, veramente ed esattamente precisa a Isabeli Fontana, tanto per citare una amata da madre natura, e che possa, in virtù di tale faraonica presunzione, spaziare dall’abito seconda pelle allo spacco sensazionale senza apparire quanto meno goffa. Basterebbe un pizzico di consapevolezza. Lo stesso, peraltro, utile perfino alle bellezze da copertina, che hanno sì il fisico, ma talvolta non lo stile.
Una che ha le carte in regola e le porte spalancate dell’armonia è l’angelo biondo di Victoria’s Secret, Elsa Hosk, splendida nel leggiadro Etro dal tono fiabesco, che ne esalta l’aspetto e la proietta in una dimensione indovinata per l’occasione. ( Immagine d’apertura).
Questo equilibrio di volumi manca alle colleghe, parecchie, che hanno prediletto eccessi di piume, tulle, strati e pomposità – dal pistacchio by Valli dell’attrice indiana Deepika Padukone alle ali di Gaultier proposte da Araya Hargate- e manca a chi ha confuso la Croisette con il party rock, tipo Charlotte Casiraghi o Eva Erzigova.
Carine ma non particolarmente incisive le scelte del manipolo di veline o starlette, delle mogli di calciatore o cantante di turno, di chi, l’audace Praya Lundberg, replica il Versace della Harley dei tempi d’oro, con spilloni laterali dorati, sortendo effetto spento.
Prevedibili, poi, fino all’osso del collo, scoperto insieme a tutto il resto, le varie Hadid e D’Ambrosio – seguite da uno stuolo di eredi del gioco facile – giunte anche quest’anno con l’intento di farsi fare la mappatura dei nei dallo zoom degli onnipresenti fotografi. Nel novero di chi convince rientra la bellezza esotica dell’attuale moglie di Cassel, in forma smagliante nel velluto blu notte disegnato da Armani; l’ex, la Bellucci, al contario, a questo giro si ferma al palo, risultando meno raffinata sia in passerella – con zeppa, pesante e poco elegante – sia apparendo in coppia e parendo entrambi pronti per un raduno hippy-gipsy celebrato dopo vent’anni.
Caso a parte la bionda Anja Rubik che, optando per il sempre fascinoso smoking, divide i pareri a causa della studiata “dimenticanza” del reggiseno. Con buona pace dei detrattori, la viva e gridata volgarità non traspare; non portando neppure l’ombra di una quarta, le è concesso, e la biancheria a vista, si sa, spesso procura fitte stonate ben peggiori.
Finendo, così come ho introdotto, in bellezza, certo aiutata oltremisura dall’aspetto corroborato dal portamento, c’è lei, una che non conosce termini quali inosservata e banale: Liya Kebede, in un Valentino con farfalle e poesia. Dopo diversi ko, mai suoi, al tappeto (rosso), lei vola in alto.



131

| Moda | Stella McCartney

Una Stella brilla nel firmamento della moda internazionale, oscurando astri in principio luminosi e fagocitando luccichii oramai cadenti: innegabile costatarne l’ascesa.
La McCartney è partita avvantaggiata e ha saputo sfruttare e far fruttare questa indiscussa fortuna, creando un brand sorretto da idee green e prontamente riconducibili a lei. more

777

S di STILE…”JACQUELINE KENNEDY”

Seguir la moda, non di rado con pedissequo ossequio, è una delle mode più diffuse, poco dispendio di fantasia e resa discreta assicurata.
Dettar tendenze è altro discorso, terreno meno battuto e maggiormente esposto a rischi.
Elevarsi, poi, al rango di icona incontrastata di stile, ben diverso ancora e rarissimo. D’altronde è cosa risaputa, fuori dal gregge o dal coro in pochi s’avventurano.
In passato, il fiuto canino di autorevoli maisons ha saputo creare l’oggetto dei desideri curandone l’intera scenografia ineccepibilmente: a Jane la Birkin, a Grace la Kelly, alla Deneuve le Vivier, alla Hepburne tubini e ballerine. Nulla fiaccamente casuale, si siglava una sorta di “do ut des” perpetuo nei secoli; la promessa mantenuta di un articolo esclusivo, a te consacrato, in cambio della tua preziosa notorietà. Scelte per la loro indiscussa bellezza, alcune pure dotate di quel carisma che non guasta. Schiere di comuni mortali a guardarle col naso all’insù e la voglia matta di imitarle.
Più di tutte, non c’è storia, poté lei, Jacqueline Kennedy. more

2222