Snocciolare curricula mi procura sonnolenza, reputo più divertenti le liste della spesa. Allergica a schemi e formule omologanti, presento il neonato pantablog alla mia maniera, svelando attitudini personali in tono informale:
– scrivo per diletto da tempo, incapace di domare un inchiostro che scorre libero spaziando in ambiti tanto differenti; qui nel web, all’allure della stilografica sostituisco i tasti felpati della tastiera, ergo, racconto di tutto un po’.
– Un decennio d’esperienza maturata nell’universo dell’interior design, mi ha regalato una certa disinvoltura nell’ambito dell’arredo e décor, ergo, luci puntate su ”living and home”.
– Indosso “chipao”, battendo in tempismo noti stilisti che solo da poco osano avvicinarsi alla cultura orientale, ergo, nel mirino “fashion and style”.
– Ho allenato le papille gustative attovagliata a deschi stellati, a tavoli genuini di trattorie ruspanti, non disdegnando la saggezza delle antiche osterie, ergo, indice puntato su ristoranti e locali
Viaggiare emoziona, si assaporano ed esplorano confini. Se la V è maiuscola, e non impacchettata, poesia e avventura si mescolano in un abbraccio arricchente, ergo, conosco un’isola che per i più ancora non c’è!

E non finisce qui, “Se telefonando” è un caleidoscopio, foriero di ricchi spunti, esattamente quanti la fantasia ne suggerirà. Dietro ad ogni squillo la sorpresa… Nessun nome si è rivelato più adatto di quello scelto, tributo non pianificato all’ugola d’oro e alla comune città di provenienza. Vivo a Cremona, quando non siamo altrove, con mio marito Alberto. Con lui, intenso ed unico, vedo il mondo a colori, condividendo passione e passioni.

img-ABOUT-1

 

|Il tweet del mercoledì|”Caccia all’errore”

254

Spesso il tranello lo tesse il T9 che, aiutato da fretta e pressappochismo, compone parole mai neppure pensate o, non meno imbarazzante, lemmi da moderno dizionario analfabeta, ergo di grande attualità. Il più delle volte però l’errore è esclusivamente frutto dell’ignoranza grassa di chi scrive, capace di collezionare una serie di e/orrori in un unico breve pezzo: basta leggere alcuni articoli di una testata a caso, tanto nello strafalcione sono tutte democratiche quanto basta, per imbattersi nel funerale della grammatica, dell’ortografia e della sintassi. Ciò che infastidisce, e non poco,  non è la punteggiatura talvolta discutibile, eccessiva o dosata col freno a mano; è ben altro. Certo, ci sono casi eclatanti in cui una virgola fuori posto ha cambiato, rivoluzionandolo, il senso del discorso: il recente tweet della Taverna insegna, conferendo al suo messaggio, nato serio, un tono tragicomico. (Cliccando Paola Taverna, compare subito).
Stando invece a ciò che è ancor peggio, si spazia considerevolmente, svelando un notevole spirito d’iniziativa non richiesto: dal qual è, insensibile al troncamento e perennemente reclamante l’apostrofo, alle tristi avventure della lettera h, incompresa per antonomasia, alle altrettanto tristi vicessitudini del congiuntivo dimenticato, del tipo, impronunciabile, ‘spero che non succede più un fatto del genere’. Ecco, lo speriamo vivamente tutti quanti!
Insomma, materia da seconda elementare, roba da reintrodurre l’esame in quella classe. Tali inciampi, intollerabili in categorie fino all’altro ieri insospettabili, ora pullulano. Passino lapsus, refusi e sviste, sfumanti in scorrettezze modeste, commesse un po’ da tutti quanti, come ben testimoniano oggi i socials; un conto, però, è scrivere per diletto, altro è ostentare qualifiche senza aver la decenza di documentarsi e prestare quel minimo sindacabile di attenzione richiesta. Mai, infatti, almeno personalmente, mi sognerei di sottolineare stridori verbali, orali o scritti, di chi erra perché non conosce, o per poca dimestichezza; sarebbe inelegante nonché maleducato. Da evidenziare sono, al contrario, le cantonate lessicali di chi si erge in cattedra, non solo metaforicamente. Diventato virale, a tal proposito, l’insegnante di italiano alle prese con il già nominato qual è, che da corretto lo ha trasformato nell’inflazionata versione somara apostrofata. Tasto dolente, seppur meno roboante, il caso delle luminarie natalizie nella dotta, una volta, Bologna: quel, reso ancor più brillante e quindi evidente, stona e reclama a viva voce la versione corretta, cara di certo anche al ricordato Lucio Dalla. Nessuno competente lì in ufficio, manco per sbaglio, verrebbe da domandarsi?
Altri esempi virtuosi? Parecchi, ovunque ti volti giungono copiosi. In più c’è quel megafono di Facebook, rumorosissimo, che ne scodella puntualmente, di nuovi e di brocchi abitudinari; e sempre, come precisato, pescando nel solo novero di chi s’è smarcato, o crede, dalla catena di montaggio.  L’avvocatucolo, per esempio, ostinato nel considerare le locuzioni “sta sera”, “i pneumatici e “i gnocchi” esatte, tanto da reiterarle in ogni post. Meritandosi così, non la parcella ma quel suffisso dispregiativo.
 O l’organizzatrice di eventi e matrimoni, altro mestiere in auge, instancabile nel pubblicare la carrellata di successi fotografici che, rivelando fortuna mista ad una certa attitudine, l’hanno portata dall’esordio al sold out; confermando, con immutata caparbia, anche quello che tuttavia non dovrebbe affatto essere considerato un mero dettaglio, ovvero la dicitura allegata alle immagini. Perché non investire una manciata di euro in ciò in cui si è carentissimi? Basterebbe un addetto stampa, anche un correttore di bozze a tempo determinato, atto ad evitarle scempi lapalissiani, proprio terra terra, a livello di “un’amico”. Come si può? Si può, lo si vede.
Gente questa, autrice dell’aulico scrivere, con diplomi e lauree, svuotati, e loro ne sono la prova, di ogni valenza. Avranno avuto, forse, il docente indecente di cui sopra; non di certo un genitore attento, preparato e solerte nell’invitare a consultare vocabolari; probabilmente distratto, e considerando i tempi odierni, pronto a pubblicare l’ennesimo fondamentale scatto quotidiano, come rivela quel palcoscenico circense che è Instagram, frequentato da maestre, mamme, nonne ed insegnanti rapiti dal selfie. Scrivere bene è impresa ardua, del resto di Fallaci in giro se ne contano davvero poche, ma evitare errori banali è cosa semplice. Soprattutto è d’obbligo se si appongono targhe e antepongono titoli, giusto per non cadere rovinosamente nel ridicolo.