Snocciolare curricula mi procura sonnolenza, reputo più divertenti le liste della spesa. Allergica a schemi e formule omologanti, presento il neonato pantablog alla mia maniera, svelando attitudini personali in tono informale:
– scrivo per diletto da tempo, incapace di domare un inchiostro che scorre libero spaziando in ambiti tanto differenti; qui nel web, all’allure della stilografica sostituisco i tasti felpati della tastiera, ergo, racconto di tutto un po’.
– Un decennio d’esperienza maturata nell’universo dell’interior design, mi ha regalato una certa disinvoltura nell’ambito dell’arredo e décor, ergo, luci puntate su ”living and home”.
– Indosso “chipao”, battendo in tempismo noti stilisti che solo da poco osano avvicinarsi alla cultura orientale, ergo, nel mirino “fashion and style”.
– Ho allenato le papille gustative attovagliata a deschi stellati, a tavoli genuini di trattorie ruspanti, non disdegnando la saggezza delle antiche osterie, ergo, indice puntato su ristoranti e locali
Viaggiare emoziona, si assaporano ed esplorano confini. Se la V è maiuscola, e non impacchettata, poesia e avventura si mescolano in un abbraccio arricchente, ergo, conosco un’isola che per i più ancora non c’è!

E non finisce qui, “Se telefonando” è un caleidoscopio, foriero di ricchi spunti, esattamente quanti la fantasia ne suggerirà. Dietro ad ogni squillo la sorpresa… Nessun nome si è rivelato più adatto di quello scelto, tributo non pianificato all’ugola d’oro e alla comune città di provenienza. Vivo a Cremona, quando non siamo altrove, con mio marito Alberto. Con lui, intenso ed unico, vedo il mondo a colori, condividendo passione e passioni.

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| Luci e ombre | Chirurgia inestetica

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L’autentica Grace Kelly, con la quale da fan dell’armonia introduco lo scritto, rappresenta logicamente la luce; l’altra Grace, rivisitata secondo la tendenza inestetica attuale, incarna la faccia opposta della medaglia  – fortunatamente solo ipotizzata – ovvero il lato negativo. Come si vedrà scorrendo e come si nota guardandosi attorno, l’uso dell’avverbio logicamente, poco sopra riportato, è naturale, ovvio e razionalmente immediato se ci si vuole riconoscere allo specchio, ma non lo è affatto se si è sensibili allo stereotipato trend “dell’annulla l’espressività”.
Veniamo, però, alla trovata mediatica in questione che, ancora una volta, mi induce a discorrere di un argomento già spolpato fino all’osso e prossimo all’archiviazione; certa, così, di suscitare ancor più empatia e simpatia a chi da qualche lustro ha posto una taglia sulla mia testa. Loro, le “The originals”. Sbagliando, perché tra vittime messe ko al lettino e carnefici operanti mai, e sottolineo mai, sosterrei i secondi.
Il provocatore è tale Mat Maitland, artista mago del collage, incuriosito e pronto a disturbare avvenenti dive del passato, tutte già peraltro strabelle e defunte, calandole nell’intricato contesto delle contraddizioni odierne, in cui la grande assente è la stracitata e anelata autostima. Le immagina, dunque, succubi del tanto osannato quanto vituperato bisturi: labbra gonfiate e micronasino non soltanto alla Kelly, anche all’elegante Audrey Hepburne e a Lady D., senza trascurare l’indimenticata Monroe.
La chirurgia estetica in realtà esisteva già allora, anzi negli Stati Uniti da molto prima, ma la bomba è esplosa solo successivamente, toccando da diversi anni livelli e numeri alquanto imbarazzanti.
Botox e ritocchini costituiscono oggi la quintessenza del populismo estetico, in antitesi netta alla consapevolezza e valorizzazione dell’individualità. Per capirlo, arginando o almeno ridimensionando il fenomeno, basterebbe un granello di obiettività collettiva o un semplice parere amicale onesto. Aiuterebbe le “cavie”, è triste definirle così ma nell’era dell’influencer c’è anche chi si presta al ritocco pagandolo con l’euro-like, e gioverebbe alla folla delle altre ottenebrate da una visione distorta di sé data dalla collezione  di insicurezze varie. Mentre non giunge neppure un refolo di buonsenso da chi opera senza etica, parecchi, creando talvolta fenomeni che di naturale forse conoscono solo l’acqua. Riassumendo, a latitare sono sia la franchezza che il senso estetico. A chi non è capitato di vedere pubblicate su un social immagini assurde di donne palesemente finte, con volti trasformati, a cui seguono messaggi di complimenti altrettanto falsi e patetici? Perché essere tanto ipocriti? Gioverebbe, semmai, assai più un onesto silenzio.
Ora, il giochetto di Maitland nella sua lapalissiana futilità offre l’ennesimo spunto riflessivo, che è lì da vedere, trasparente e inconfutabile: non c’è confronto tra i due visi delle attrici, il reale e il supposto, è superfluo  ripuntualizzarlo tanto è apodittico; le proporzioni, infatti, risultano sfalsate, l’eleganza offuscata e l’effetto cartone animato assicurato. Chi cascherebbe nel tranello tra le chiamate in causa? Forse la svaporata Marylin cedrebbe al “fascino” dello sfacelo plastico, o forse, probabilmente come si vuol sperare, neppure? Non Sabrina di Colazione da Tiffany che, come svela la simulazione, rattrista all’istante, parendo la sorella oca della celebre raffinata attrice.
Lasciamo perdere, ché non conviene a nessuna delle menzionate questa simulazione.
Converrebbe oltremodo, invece, magari con le due foto affiancate sul retro di un autobus, a bambine e adolescenti circondate da fisionomie alterate e purtroppo autoconvintesi che quella sia la regola, non avendo parametri leali sottocchio e abituate ad un trittico suppergiù di questa caratura: la mamma con zigomi rivisti e fresca di rinoplastica le accompagna a scuola, qui trovano insegnanti esperte di acido ialuronico e punturine, all’uscita si presenta la nonna-gatto. E per il diciottesimo, che aspettarsi? Un intervento a scelta, anzi due poiché uno tira l’altro e poi scatta la dipendenza. Sì, ben venga il bus con “il prima e il dopo” ad effetto dissuasore, ben venga anche una plastic tax umana atta a stimolare l’uso del cervello-vetro. Ben venga, infine, soprattutto, una seria rivalutazione del dimenticato e bistrattato giuramento di Ippocrate, integralmente ignorato dalla pletora di chirurghi inestetici insensibili a responsabilità e cura. Veloci nel trovare giustificazioni, una su tutte, banale per non dir peggio, è che il paziente – ma sarebbe più corretto definirlo cliente – andrebbe comunque da un altro collega, pertanto conviene occuparsene lo stesso assecondando qualsiasi richiesta. Follia, depauperamento di una professione. Eppure, per stirare quei camici occorrerebbe semplicemente impugnare il bisturi dal giusto verso, con serietà. Meno capricci e più attenzione al bisogno concreto, guardando ad altri reparti, per esempio, oncologia e dermatologia dove il loro apporto farebbe la differenza. Senza contare che ciò li appagherebbe assai più del trasformare una tizia in Angelina Jolie – quando non va male del tutto – rispettando l’imperativo categorico di renderla identica dalla testa ai piedi, operazione dopo operazione.